L’analisi è complessa da fare perché tocca diversi punti e ognuno di loro richiede un approfondimento.

In Italia i giovani perdono l’interesse per la pratica sportiva. Il livello dei sedentari è in costante crescita. Secondo un rapporto del Centro Studi Coni, pubblicato nel 2017, il dato in Sicilia è allarmante: solo il 16,5% dichiara di svolgere uno sport in modo continuativo; il 58,4 dichiara l’inattività fisica. Il tutto ha senz’altro radici profonde.

Ci si dimentica spesse volte che lo sport non costituisce necessariamente lo strumento per il conseguimento di una vittoria a tutti i costi ma invece rappresenta un volano, di straordinaria efficacia, per il benessere fisico e psicologico del bambino.

Le statistiche sono impietose. Secondo il rapporto dell’Ong Help Code, pubblicato in occasione dell’”Obesity Day” celebrato nei giorni scorsi, un bambino su tre della fascia 6-9 anni, in Italia, è sovrappeso o obeso, il tasso maggiore in tutta Europa. La Sicilia è tra le ultime regioni in Italia, l’ultimo posto è occupato dalla Campania con il 40%.

Un problema diffuso che se non attenzionato (basteranno le campagne di sensibilizzazione lanciate nei giorni scorsi?) in tempo determina ripercussioni sul piano psicofisico non indifferenti.

Allora che fare? Come agire? Ci ritroviamo davanti a numeri che ci dicono chiaramente che se sette bambini su dieci amano fare sport (tra gli 11 e i 13 anni) e altrettanto vero che questa percentuale si abbassa sensibilmente sino a delineare un quadro che s’innesta nel fenomeno dell’abbandono sportivo (il cosiddetto “drop out”), dalle molteplici sfaccettature.

La parola all'esperto

“La sedentarietà – ci spiega la dottoressa Manuela Mangano – nasce dalla possibilità, e questa è sicuramente l’era delle possibilità. Abbiamo a disposizione tanto e non è di per sé troppo faticoso raggiungere e soddisfare alcuni bisogni, dai più banali e “primari”, ad altri più complessi. Questo, inevitabilmente, crea una routine che non agevola il ricorso alla attività fisica. Pensiamo banalmente alle automobili parcheggiate in doppia fila per andare a comprare il pane. Bisogna rieducare e rieducarsi”.

“D’altronde il nostro corpo – e la nostra mente – hanno bisogno di muoversi! In tal senso – continua – il ricorso allo sport diventa strumento per potersi pensare e per poter agire su sé stessi. Soprattutto per i ragazzi, nell’adolescenza è richiesto un percorso di definizione di sé stessi e ciò avviene attraverso l’acquisizione di quello che riesco o non riesco a fare, quello su cui posso sperimentarmi e soprattutto i limiti e le risorse che scopro di me. Queste funzioni vengono inoltre stimolate dal confronto con gli altri, dal misurarsi non solo con sé stessi e con le sfide richieste ma anche con chi mi somiglia. La famosa “competizione” che, se sostenuta emotivamente dal senso di appartenenza a una squadra, o a un valore sportivo può definirsi “sana” e funzionale al potersi pensare nel mondo interno, sul come mi percepisco, ed esterno, su come penso che gli altri mi percepiscano”.

Dottoressa Manuela Mangano

ASD Paideia intende proprio riflettere su questa tendenza sempre più negativa che attanaglia tutti gli sport e, in particolare, il calcio giovanile. Intende altresì provare, attraverso l’ausilio di professionisti, ad analizzare il fenomeno in tutte le sue molteplici sfumature. Partendo proprio dall’inattività fisica che genera poi tutta una serie di problematiche da analizzare e da risolvere.

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