Si è parlato del calcio siciliano che non decolla, dei settori giovanili che non producono talenti. Ma si è entrati nel dettaglio, sciorinando ricordi e passioni, emozioni e percorsi di vita. Tre personaggi di eccezione hanno animato la nostra prima tavola rotonda, il momento di confronto che abbiamo inaugurato con Vincenzo Guerini, già tecnico della Fiorentina e del Catania, Armando Pantanelli, ex portiere di Catania e Avellino, il professore Giovanni Petralia, preparatore atletico dell’Empoli insieme con Pasquale Marino da alcune settimane.
TORREGROSSA. Il calcio siciliano è il grande assente nel panorama nazionale. L’unica eccezione è Ernesto Torregrossa, classe 1992, che ha debuttato in A con il Brescia e realizzando gol importanti. Il resto? Praticamente non pervenuto. Sono ormai lontani i tempi in cui il nostro movimento proponeva in A tre squadra e 24 professionisti isolani erano protagonisti di una speciale. “Il calcio – confessa Guerini – è fatto di cicli, sia per i giocatori che per gli allenatori. Oggi vanno in voga magari gli allenatori toscani. Alla base non c’è solo la carenza di strutture, ma la colpa maggiore va alle società professionistiche che non hanno creduto o non hanno curato nel migliore dei modi tutto il vivaio”.
Sulla stessa lunghezza d’onda Pantanelli: “Anni molto floridi per la Sicilia. Oggi sono passati, sicuramente torneranno. Bisogna comprendere come torneranno. La responsabilità maggiore spetta alle società pro, che non professionalizzano magari la figura del tecnico delle giovanili. Non si può pensare su queste basi l’allenatore a tempo pieno. Le società non devono pensare di risparmiare dal basso, occorre programmare per bene e nel settore giovanile. I ragazzi vogliono punti di riferimenti costanti, quindi le società devono pagarli bene”. Il professore Petralia sottolinea anche il tassello della preparazione: “Bisogna avere una preparazione completa quando si lavora con i ragazzi, conoscere metodologie e applicazione”.

TALENTO. Il ruolo degli osservatori e le modalità dello scouting tengono banco nella discussione. “Le società professionistiche devono curare il territorio, come succedeva una volta. Offrire aiuti pratici, non trattare la società più piccola dall’alto in basso”. Ma come si scopre il talento? “L’osservatore deve guardare la coordinazione e la tecnica. Rispetto a 15-20 anni fa oggi tutto è più facile perché esistono gli strumenti dettagliati per avere un quadro completo e un prospetto potenziale per ogni giocatore”, spiegano all’unisono Guerini, Pantanelli e Petralia nel momento in cui la tavola rotonda diventa dialogo e confronto.
PORTIERE. Pantanelli apre il libro dei ricordi. “Per fare il portiere? Dev’essere di base un po’ matto, poi oltre alla coordinazione e la tecnica, è il carattere a fare la differenza. Sei l’unico che ha la maglia diversa dagli altri, puoi urlare, puoi prendere la palla con le mani. Il portiere è uno sport singolo in uno sport di squadra”. “Panta” continua nella sua analisi: “Io ho iniziato da terzino. Negli anni Ottanta il 2 seguiva il 7, il 3 l’undici. Dopo sei mesi mi accorsi che non faceva per me. In un parco, invece, mi notò un osservatore e da lì che cominciò tutto. I miei miti? Toni Schumacher e Luca Marchegiani”.
IL RUOLO DELLA SCUOLA. L’idea di Paideia è quella di proporre un’idea di calcio (e di sport) che metta il bambino al centro dell’offerta formativa. Dare a tutti la possibilità a tutti di fare sport, di indirizzare i bambini, di ampliare la sfera formativa, di curare l’aspetto nutrizionale e mentale. “Dovrebbe essere sempre così, bisognerebbe sempre mettere l’interesse del bambino al centro di tutto”. Il dibattito si infiamma quando si parla di scuola e della sua centralità come agenzia educativa importante come la famiglia: “Il talento non cresce perché mancano le strutture. La scuola, purtroppo, non ha affrontato seriamente questo problema. Bisogna incentivare lo sport nelle scuole, tenere sempre in vita manifestazioni che esprimono valori. L’educazione motoria dovrebbe essere sempre presente nei programmi didattici. Educazione fisica dovrebbe essere un contenitore degli sport, una cosa che non si è mai fatta è quella di utilizzare tutte le forme di avviamento allo sport, cercare di arricchire il bagaglio motorio di un ragazzo affinché sia disponile per gli sport”.
TELEFONINI. La piaga è diffusa. Tra i giovani l’idea di sport è distorta. L’uso selvaggio dei telefonini, dei videogiochi, ha di fatto creato la nuova generazioni di affamati di elettronica.“Se un bambino nella scuola primaria non viene avviato all’attività motoria, che lo spinga a fare calcio, tennis o qualsiasi altro sport. Normale che il bambino stia a casa a giocare con il telefonino”, spiegano. Petralia conclude “Sono aumentate le patologie alle dita e le tendiniti, frutto del tempo e del problema che non va affrontato in toto. Qualche settimana fa mi ha lasciato perplesso un servizio sugli e-sports e di una possibile introduzione nel futuro olimpico. Sarebbe davvero critico”.

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